Zentropa

Non ci si considera militanti, si é ritenuti (o no) come tali. Dagli altri. Dai propri pari, dai propri camerati, dai capi, dai piu' anziani...E' un insieme di atti, piccoli o grandi ma regolari, quotidiani, che é coronato da questo titolo glorioso.
Niente di piu' lontano quindi dall'individualismo post-moderno che questa nozione di militantismo che esige sia il gusto del dono sia l'accettazione di una certa gerarchia e dei suoi giudizi.
Certo, il militante non é un santo, non agisce "solo" per gli altri ma "anche" per gli altri, cosa che, oggi, é già di una rarità quasi miracolosa.
L'approccio del militante non é esente da qualunque "egoismo" (visto che cerca di costruire una società conforme ai suoi valori e alle sue aspirazioni...) ma questo "egoismo" non é l'unica e tirannica guida dei suoi atti e dei suoi pensieri, é guidato, limitato e "compensato", in una certa misura, da altri sentimenti altrettanto potenti (rispetto di una tradizione, desiderio di essere degno dei suoi modelli, volontà di guadagnarsi il rispetto dei più anziani, fedeltà ad una promessa...).
Se ogni tanto agisce per egoismo o egotismo, intellettuale o simbolico, il militante, comunque, non si preoccupa del suo interesse materiale immediato, generalmente sacrificato sull'altare dei suoi ideali, nello stesso tempo nobili e lontani.
Questa prospettiva é quindi diventata quasi inconcepibile in un mondo senza trascendenza nel quale solo i piaceri e i profitti a breve termine sono presi in considerazione e venerati.
Visto che siamo individui interamente "liberi", cioé svincolati da qualunque obbligo in confronto al passato e da qualunque dovere in confronto al futuro, visto che siamo solamente responsabili della nostra personcina, del suo "benessere personale" e che non abbiamo né un ruolo né una missione qui in Terra, ci puo' essere un orizzonte diverso da quello dell'edonismo compulsivo, del "godimento" senza limiti e del suo corollario ovvero la bulimia consumista?
Ogni giorno, la risposta a questa domanda fondamentale diventa sempre un po' piu' negativa...
Perché non bisogna nutrirsi di inutili e contro-produttive illusioni e credere alla coesistenza di due entità separate da frontiere perfettamente impermeabili, da una parte una massa debole e materialista e dall'altra una pura e gloriosa élite di militanti senza macchia e solidi come la roccia.
Il tempo della rassicurante dicotomia paese legale/paese reale é ormai finito. Oggi, ognuno é corroso, a diversi stadi, dall'assenza di vera fede, dal gusto per il confort e la facilità e dalla pesantezza della superficialità sociale e dei suoi orpelli tintinnanti che si innestano su ogni uomo e gli si appiccicano alla pelle come un sudario vischioso.
Gli ultimi convinti che cercano, spesso maldestramente, di resistere intorno allo stendardo militante non sono esenti dal male. Cosi', a poco a poco, un collage mensile diventa un exploit degno di lodi celebrative, le "azioni militanti" sono scritte, con la matita, nei giorni lasciati liberi nell'agenda dalla litania delle cene al ristorante, dalle uscite nei bar, al cinema o allo stadio, e fidanzate e ambizioni sociali o professionali sono alla fine le uniche "vere" priorità, il militantismo rimane confinato al ruolo di divertimento occasionale o di un'esaltazione episodica di fine serata.
Ormai, il militantismo é molto piu' "pensato", "intellettualizzato", "immaginato", che vissuto carnalmente. Non é più il centro né il motore vitale dell'esistenza ma un semplice "supplemento d'anima", quasi un apparato, un accessorio per snobismo neo-tribale.
Perché questo mondo, anche se spesso un po' schifoso, rimane comunque molto confortevole. Ci viviamo al caldo e, tra assistenze sociali e sorveglianza medica, siamo quasi completamente protetti.
Fino a quando i carrelli sono pieni, le tv accese e collegate ai videogiochi e la birra non é troppo cara, vale veramente la pena di rischiare di farsi denunciare, insultare, diffamare, non capire, rigettare, isolare, aggredire, impegnandosi in una lotta dall'esito insicuro?
Queste parole con le quali ci riempiamo con tanto diletto -lavoro, responsabilità, ordine, famiglia...- vogliamo veramente vederle incarnarsi concretamente o preferiamo continuare a ripeterle accusando la feroce animosità del mondo nei loro confronti per evitare di metterle in pratica nella nostra vita quotidiana?
In una società dove la repressione rimane (per ora) piuttosto limitata e comunque riservata ai dirigenti piu' esposti, la posizione di eterno dissidente non é senza piacere e presente l'interessa maggiore di non avere esigenze di risultati.
A lottare a 1 contro 1000 c'é cosi' poca vergogna a perdere che alla fine non c'é piu' nessuno che cerca di vincere. La disfatta é ammessa come un elemento permanente della quale la responsabilità appartiene ad una maledizione soprannaturale o a delle forze occulte coalizzate.
Tutto é finito, tutto é fottuto ormai. Dovrebbero regalarci le medaglie per il semplice fatto di continuare a "testimoniare". Viviamo come gli altri e nello stesso tempo disprezziamoli e riuniamoci tre volte all'anno per ricordarci a che punto siamo superiori a "tutti 'sti pecoroni".
Eppure ogni forma di militantismo parte da li' : da quel piccolo "piu'", anche modesto, in confronto alla melma dilagante che vorremmo riuscire ad evacuare. un po' piu' generoso, un po' piu' coraggioso, un po' piu' lavoratore, un po' piu' puntuale, un po' piu' servizievole, un po' piu' cortese, un po' piu' attento, un po' piu' onesto, un po' piu' serio, un po' piu' affettuoso...
Tutto cio' puo' sembrare irrisorio ma quando il livello zero dell'altruismo e della coscienza collettiva é stato raggiunto, queste piccolezze diventano gigantesche.
Il resto seguirà.
"Fai cio' che devi, accada quel che potrà accadere" potrebbe essere un buon slogan per il militante del terzo millennio nascente.