lunedì, 30 giugno 2008, ore 16:57

JesusFranco
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lunedì, 30 giugno 2008, ore 16:52

 

ONG: Buongiorno, potrebbe presentarsi per quelli che non la conoscono?

PV: Compirò presto 28 anni, dei quali 14 passati nel “movimento patriottico” nel senso esteso del termine. Sono cresciuto in città e mi sono sentito molto presto straniero nella mia terra.
Rifiutando di assimilarmi alla fauna delle banlieux, ho presto volto lo sguardo verso le bande di ribelli bianchi che si potevano incontrare negli anni 90.
I “giubbotti kaki” avevano allora rimpiazzato i “giubbotti neri” e trovai ciò che cercavo al tempo: il clan, la forza, l’affermazione di sè.
Grazie al contatto con certe persone e anche attraverso un vero percorso personale, questa reazione epidermica (in senso figurato come in senso letterale) è divenuta una vera coscienza politica.
Mi sono allora formato alla scuola dottrinaria e militante dell’attivismo nazional-rivoluzionario, in particolare in ambito studentesco dove ho esercitato le mie prime reali responsabilità. Parallelamente, ho anche condotto ciò che io chiamo la mia “reconquista” interiore riallacciandomi alle mie radici e questo si è politicamente tradotto nello sviluppo di un forte sentimento autonomista e regionalista.
Nel 2002, ho partecipato alla fondazione di “Jeunesses identitaires” e ne sono divenuto il primo Portavoce. Ho rivestito questo incarico per 5 anni prima di cedere il mio posto per consacrarmi interamente alla lotta identitaria in terra Nizzarda.
Dirigo da allora il movimento NISSA REBELA e ho presentato la nostra lista alle elezioni municipali nizzarde dove abbiamo raggiunto il 3,1% ovvero 5000 voti.
Dal 1998, canto anche nel gruppo Fraction. Cosa che è allo stesso tempo un piacere e un’azione militante. A mio giudizio l’elaborazione di una controcultura
alternativa deve essere una preoccupazione di ogni momento.
Sul piano professionale, sono oggi un commerciante, attività che non corrisponde esattamente al mio percorso di studi universitario (diritto e scienze politiche) ma mi assicura un’indipendenza preziosa.
I miei studi avrebbero dovuto condurmi a lavorare in un comune o per un deputato, comprenderete che sarebbe stato difficilmente conciliabile…

ONG : Da dove proviene la sua passione per l’Asia? L’ha concretizzata con un viaggio?

PV : E’ un retaggio familiare in primo luogo. Mio padre è stato insegnante di Karate e da vent’anni trascorre quasi la metà dell’anno in Thailandia.
E’ a sei anni che ho infilato per la prima volta un dogi (e non un kimono, le arti marziali non si praticano in pigiama, che sarebbe la traduzione più vicina di kimono..) e da allora l’Asia - in primo luogo attraverso le arti marziali poi attraverso la cultura - mi si è incollata alla pelle, e nemmeno l’intermezzo rugbistico della mia adolescenza me ne ha allontanato.
Ho visitato la Thailandia quattro anni fa, sia come “turista medio” che per “indossare i guantoni”, e spero di ritornarvi l’anno prossimo. E’ un paese eccezionale in tutti gli aspetti e qualsiasi sia la ragione per la quale ci si reca là, si troverà ciò che si cerca.

ONG : Voi conducete azioni di sostegno alle lotte identitarie asiatiche come quelle dei Tibetani, dei Karen: come si concretizza ciò?

PV : In effetti, in passato ho sostenuto a più riprese associazioni di difesa del Tibet e ho partecipato a molteplici azioni di sensibilizzazione.
Per esempio, ho partecipato all’organizzazione di un concerto del gruppo Tryo per una marcia per il Tibet che faceva tappa a Nizza.
Per quanto riguarda i Karen, sono stato sensibilizzato alla loro lotta grazie a mio padre.
Pur essendo ciò forse meno sorprendente nella mia sfera politica, molti nazionalisti francesi sono andati a portare fisicamente il loro sostegno ai Karen negli anni 80 e 90.
Devo confessare che oggi mi sento distante dai “bobos” (radical-chic, n.d.t.) recentemente converiti alla lotta per il Tibet libero. E’ più di un anno che
non indosso la mia t-shirt “Free Tibet” per la paura di essere confuso con un pro-tibetano dell’ ultim’ora, mentre prima la indossavo volentieri persino in concerto.
Ho partecipato due mesi fa a una manifestazione per il Tibet e non vi ho visto che degli idioti che scimmiottavano il buddismo e mascherati da tibetani come se si fossero travestiti per carnevale.
Come se ci fosse bisogno di travestirsi per sostenere un popolo, di dimenticare che si è là per difendere il diritto degli altri a avere essi stessi una dimora.
Di fatto, si trovavano là gli stessi burattini che manifestano contro Bush, contro la guerra in Irak, poi la settimana dopo o quella prima contro i Serbi o contro il FN.
Né costanza, né conseguenza.
Quindi , se resto un amico del Tibet, oggi è puramente su un piano personale.

ONG: “Il meticciato è un’idiozia se è un programma politico (…). Il meticciato è un affare sentimentale”. Cosa pensa di questa frase?

PV : Che decisamente Tai Luc trova sempre la frase d’ effetto! Ma che non si può avere esattamente lo stesso giudizio quando si è un cantante e quando si è un responsabile politico.
Il meticciato nella sfera totalmente privata, ovvero come incontro tra due persone, è una cosa.
Non c’è granché da dire : siamo un popolo di marinai, di coloni, di avventurieri, e il meticciato è sempre esistito. Ma esso rimaneva un margine minimo, detto più chiaramente un comportamento marginale!
Oggi ciò con cui ci confrontiamo è un fenomeno di massa, e come rileva giustamente Tai Luc è un programma, un’ideologia, un modello di società.
Di fatto, si desidererebbe quasi che sia l’unione in seno al medesimo popolo a costituire il comportamento marginale.
Si assiste qui, come in tanti campi, a una vera e propria inversione degli schemi. Il meticciato generalizzato è la fine della diversità del mondo (è in ciò che gli apostoli del meticciato sono nei fatti i peggiori razzisti, volendo eliminare qualsiasi differenza!), è il mondo grigio, la logica globalizzante condotta al suo apogeo. All’opposto, in quanto identitari noi siamo i difensori della diversità e dell’identità, dei sapori e dei colori. Essere amico dei popoli oggi, significa chiaramente opporsi al meticciato generalizzato.
Non è compito mio giudicare l’unione di due persone ma semplicemente guardare lucidamente la nostra società. Ognuno fai conti con la sua coscienza e coi suoi sentimenti, ma colui che oggi decide di lanciarsi in un’unione inter-etnica (la famosa “coppia mista” adorata dai media) deve avere ben in mente che partecipa - che lo voglia o no - a un fenomeno globale.
Preciso per terminare, che non penso affatto che il meticciato sia una risorsa e questo innanzi tutto per i meticci. L’idea di doppia cultura mi sembra essere una leggenda, o tutt’al più un’eccezione, e il meticcio prima o poi fa sempre una scelta tra i due retaggi. Per esempio non trovo che Yannick Noah rivendichi fortemente la sua europeicità … Al contrario, dei giovani meticci (spesso soprattutto asiatici) hanno molte volte fatto un passo verso l’impegno militante “a destra”

ONG : Cosa pensa dello slogan : 0% Razzismo, 100% Identità ?

PV : Questo slogan mi sembra molto giusto, e giustificato per rimarcare la nostra differenza rispetto a comportamenti stupidi e castranti.
Nondimeno, ciò non deve divenire un paravento per mascherare un’accezione unicamente culturalista dell’identità che vuole omettere (spesso per comodo) il fatto etnico che è anch’esso constitutivo dell’identità.

ONG : Come molti di noi, lei è un fan de la Souris Déglinguée, può parlarci della sua passione per questo gruppo ?

PV : Ho scoperto tardi La Souris con un primo ascolto dell’album “Tambour et Soleil” (che rimane il mio favorito) ed è stato un colpo al cuore immediato.
Ho in seguito rapidamente scoperto tutto l’universo del gruppo e ho raramente mancato l’occasione di assistere a un concerto, l’ultima volta poche settimane fa a Marsiglia.
LSD parla a tutti quelli che hanno vissuto lo spirito di banda, le notti senza fine
nelle strade delle città addormentati. Di fatto, LSD è questo : il gruppo universale di quelli che sono cresciuti sull’asfalto.
Universale, perché trascende molte divisioni, cosa che provoca spesso degli incontri molto “rock’n'roll” nei concerti o alla loro uscita.
Se a ciò si aggiunge la dimensione euroasiatica, è agevole comprendere perchè porto ormai il gruppo nel mio cuore.
Tre anni fa ho avuto l’occasione di passare la serata in studio con Tai Luc durante una trasmissione per una radio locale ed è stato davvero un incontro all’altezza delle mie aspettative.

ONG:Il Bushido, l’arte della guerra, le arti marziali, tutto ciò deve far parte delle conoscenze di un militante?

PV: Penso in ogni caso che essi conducano a conoscenze preziose, e innanzitutto alla conoscenza di sè.
È certo che “ l arte della guerra” debba far parte della biblioteca di un militante, vicino al “il principe “ del Machiavelli.
Il Bushido non è per me né piu né meno che un codice cavalleresco, ed è evidente che quando noi intendiamo incarnare certi nostri valori non possiamo che esser vicini a queste vedute. Un militante identitario che non provasse a far sue le 7 virtù del Bushido ( dirittura, coraggio, benevolenza, cavalleria, sincerità, onore, lealtà) - restando inteso che l’ uomo che non è mai perfetto ma sempre perfettibile - non sarebbe mai a mio avviso un militante completo. La prima stesura del sito internet de “i giovani identitari “ propone tra i suoi testi di formazione un articolo sul Bushido.
Per quanto riguarda le arti marziali, io non so se esse debbano far parte delle conoscenze di un militante (pur essendo del tutto persuaso che possano rivelarsi di grande aiuto, in molte circostanze e non solo unicamente nei momenti piu evidenti) ma esse fanno parte della mia vita.
Voi fate in ogni caso bene a parlare di arti marziali e non di sport di combattimento perché malgrado qualche incursione nelle altre differenti tecniche io resto legato al karaté ( della scuola Kyokushinkai di Mas Oyama , un Karaté contact in cui le competizioni sono al KO).
Lo spirito tradizionale e il rigore giapponese si legano bene a questo quadro. Adoro l’atmosfera del dojo e quel momento in cui stringendo la propria cintura sul proprio dogi , ci si lascia alle spalle tutto il mondo esterno per qualche ora.

ONG: Quali sono i suoi progetti futuri?

PV: Continuo innanzitutto a lavorare per il radicamento locale degli identitari, nello specifico preparando le elezioni regionali.
C’è in progetto un nuovo album sul quale incominciamo a lavorare con Fraction, e una canzone dedicata alla thai boxe . E infine, continuare a sviluppare la mia attività commerciale per assicurarmi la mia indipendenza

JesusFranco
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lunedì, 30 giugno 2008, ore 15:52

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lunedì, 30 giugno 2008, ore 15:51


 Antoine Dejean de la BATIE est né le 20 septembre 1955 à Paris. Sa vocation de militaire était ancrée en lui depuis son plus jeune âge. Il vivait alors dans le culte de ses aïeux qui avaient servi la mère Patrie. Les deux arrière grands-pères d'Antoine s'étaient vaillamment battus durant la Grande Guerre. L'un d'eux fut mortellement blessé devant Verdun à la tête de sa compagnie du 234° Régiment d'Infanterie. Son père avait lui-même servi au 1° Régiment de Chasseurs Parachutistes durant la Guerre d'Indochine. Il lui parlait souvent de l'armée française et de son grand-père ayant combattu au Liban en 1926.Ces évocations au pays des cèdres étaient-elles prémonitoires ?

C'est dans ce contexte familial, au service de la nation depuis des générations, qu'Antoine grandit et inscrivit ainsi son destin. Jeune garçon à l'âme généreuse et à l'idéal très élevé, il embrassa à 20 ans la carrière des armes.

Après sa formation, en septembre 1981, le lieutenant de la BATIE débarque au 1er RCP. Il est affecté à la 3ème section de la 3ème compagnie. Le régiment est composé d'appelés, cependant il est largement à la hauteur des régiments professionnels de par la qualité de ses recrues et de son expérience outre mer. En effet, sa section, " les zombies " comme il les appelle, a déjà bien entamé son tour du monde : Mayotte, le Centre Afrique, le Togo, le Gabon et la Réunion. Puis vient alors un premier départ au Liban d'avril à octobre 1982 au sein du 420ème Détachement de Soutien Logistique.

Durant ce séjour, le lieutenant Dejean de la BATIE est cité à l'ordre du régiment : " jeune chef de section dynamique et courageux, volontaire pour toutes les missions, s'est particulièrement illustré le 8 juin 1982 lors de la prise de Tyr par les forces israéliennes. Au mépris du danger, a conduit son convoi lourd, destiné à porter secours aux populations de la ville, à travers la zone de combats, sous les tirs d'artillerie et de chars. A mené ultérieurement avec succès plusieurs patrouilles destinées à rechercher et récupérer du matériel sur le champ de bataille. A fait preuve en toutes occasions d'une détermination et d'un courage exemplaire. " Cette citation comporte l'attribution de la Croix de la Valeur Militaire avec étoile de bronze.

En septembre 1983, la 3ème Cie du RCP est projetée au sein de la force multinationale de sécurité à Beyrouth. Un tel départ n'était pas prévu car les régiments d'appelés ne faisaient pas partie du plan de relève. Cependant, Beyrouth, au cœur de cet été 1983, paraît encore calme… Malgré cela 63 parachutistes dont le Lieutenant Dejean de la BATIE ne reverront jamais la France.

Le 20 septembre, alors que le lieutenant de la BATIE fête ses 28 ans, il découvre le poste IRMA bientôt rebaptisé DRAKKAR. Antoine n'a alors plus que 28 jours à vivre.

Dimanche 23 octobre à 6h20 du matin, une énorme détonation secoue l'aéroport. Quelques minutes après DRAKKAR explose. Le terrorisme a frappé, la compagnie du RCP est anéantie.

Voici le récit poignant que Frédéric Pons, journaliste de guerre, fait des derniers instants du Lieutenant Antoine Dejean de la BATIE :

" - A vos postes de combat !

Le commandement du lieutenant de La BATIE a claqué, dès la première explosion. L'étage s'est tout à coup animé : un concert de cliquetis d'armes, de jurons, de quarts renversés, de raclements métalliques, de coups sourds de rangers sur le carrelage. Les plus proches des balcons se sont précipités à l'extérieur. La BATIE a compris que le grondement venait du sud, il se rue, se penche par-dessus les sacs de sable et distingue aussitôt l'énorme panache de fumée, comme un champignon atomique. -Oh mon Dieu, ça va être très dur !

A qui s'adresse-t-il ? à ses paras tapis derrière lui ? ou à lui-même ? Dix secondes encore. Il revient sur ses pas, traverse la salle de réunion et c'est la secousse, inouïe de puissance, un souffle brûlant. Tout bascule. " Drakkar vient de sauter, et après quelques instants, les premiers reprennent leur esprit, un para se demande : " mais où est le lieutenant ? Il appelle : mon lieutenant, mon lieutenant ? Il sait que le lieutenant était tout près de lui quand tout a sauté. -Mon lieutenant… ça va ? vous êtes là ?

Oui. La voix est faible. C'est bien celle du Lieutenant. Il est là, mais personne ne peut se voir.

-Allons, les zombies, restez calmes…Economisez vos forces…On va nous sortir de là.

Antoine se sent très faible. Il pense lui aussi qu'un obus a frappé son étage. Le reste de la Compagnie ne devrait pas tarder à monter à leur secours. Il ressent une étrange impression de légèreté et, en même temps, une douleur si intense qu'il croit étouffer. Ses bras ne bougent plus, ses jambes non plus. Mais son cerveau bouillonne : " Voilà la guerre…cette violence extrême, instantanée…un coup au but, puis ce silence, cette impuissance…l'attente…le mal ". Il entend encore gémir à ses côtés " ça va aller, restez calmes les gars… " Des mots lui viennent en tête, dans le désordre. Puis cette prière du para tant de fois chantée avec sa section, tant de fois lue dans le silence de sa chambre à Pau (…) Ces mots qui l'accompagnent à cet instant s'éclairent soudain dans toute leur vérité. Cette prière vaut promesse de courage quand il s'agit de respecter un engagement, accomplir une mission. Au besoin en engageant sa vie…

" il faut que les zombies tiennent. Eux d'abord…les soutenir ", montrer l'exemple, c'est sa vocation d'officier, sa responsabilité de chef de section face à tous ces jeunes qui lui ont fait confiance. Il les a accueillis et formés. Il les a entraînés durement. Il s'était juré de les protéger et de les ramener tous à leur famille, heureux et grandis par cette mission si particulière. Et voici qu'il ne peut plus rien pour eux. Tenir, c'est prier " Donnez-moi, mon Dieu, ce qui vous reste. Donnez-moi ce qu'on ne vous demande jamais… " Il croit parler fort mais sa voix n'est plus qu'un murmure. Quatre, cinq paras, encore vivants à ses côtés, l'écoutent, les yeux grands ouverts dans l'obscurité ou crispés sur leur souffrance. Quelques voix reprennent la prière apprise à Pau. Le Lieutenant montre l'exemple, une nouvelle fois.

Il prie, on le suit. Par habitude, par respect. Des voix encore jeunes mais brisées, voilées par la douleur, la poussière et la peur de mourir s'élèvent dans ce caveau fracassé : " Je ne vous demande pas le repos, ni la tranquillité. Ni celle de l'âme, ni celle du corps. Je ne vous demande pas la richesse. Ni le succès, ni même la santé… " ils ne sont plus que deux à reprendre la prière. Le lieutenant n'entend plus. Il s'est tu depuis un moment. Seul face à lui-même pour ses dernières secondes de vie (…)

Son corps est retrouvé lundi 23 octobre, vers 15h30. Intact, un étrange sourire de paix sur le visage, encadré par deux de ses paras, eux aussi privés de vie. Il est dégagé parmi les premiers, presque par hasard… "

"La France pleure ses enfants

Tombés là bas au levant,

Nous garderons leur souvenir

Comme eux nous voulons bien servir."


 

JesusFranco
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lunedì, 30 giugno 2008, ore 15:33

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lunedì, 30 giugno 2008, ore 15:32


 
Zentropa

François cherchait avidement du regard un quelconque vestige auquel se raccrocher pour enfin ressentir cette joyeuse nostalgie qu'il était venu chercher en retournant, tant d'années après, sur la place du village qui l'avait vu naître.

Mais il ne trouvait rien. Pas même l'ombre du grand châtaignier qui maternait paisiblement ses jeux de marelle ni la vieille fontaine dont le cliquetis l'excédait au plus haut point lorsqu'il se concentrait pour remporter une partie de billes « à la tic ». Rien. Tout avait changé. Ou plus exactement, tout avait dépéri. La rue principale était déserte, aucun cri d'enfants ni vocifération de joueurs de pétanque ne venait troubler l'infâme grésillement télévisuel qui s'échappait des quelques fenêtres entrouvertes.

Les trois quarts des maisons du centre ville étaient hermétiquement closes, mortes 10 mois par an depuis qu'elles n'étaient plus que les résidences secondaires de riches hollandais.

Tout le monde au village était attaché à son terroir, à ses traditions, à ses origines, mais on avait quand même préféré céder les maisons aux bataves pleins de pognon plutôt qu'aux enfants du pays pas très solvables ou aux quelques jeunes couples citadins qui rêvaient de « retour à la terre ». Il y a des priorités et on avait fait de bonnes affaires. L'atavisme paysan n'a pas que des bons côtés.

L'église avait fermé, comme partout, et finissait de se délabrer dans de grands soupirs qui faisaient régulièrement dégringoler quelques pierres de ses saintes et anachroniques statues.

Les impôts locaux payés par les nouveaux résidents avaient permis de ravaler la façade de la mairie qui exhibait maintenant l'indécente blancheur de son rayonnement républicain qui la faisait ressembler à un Pierrot hilare égaré au milieu d'un cimetière.

Les commerces avaient disparu, le boulanger s'était pendu, son fils passait un concours de catégorie B de la fonction publique.

Tout allait pour le mieux.

Les nouveaux lampadaires à ampoules « écologiques » éclairaient le vide, François s'assit sur le banc métallique qui avait remplacé l'antique banc de bois vert où il avait gravé le nom de sa première fiancée. De son pied las et attristé il aurait voulu frapper un caillou pour le projeter au tréfonds de son désarroi mais le bitume impeccable n'offrait aucun défouloir à son malaise naissant.

Devant lui, le marché couvert transformé en discothèque estivale annonçait fièrement sa réouverture pour le 30 juin.

« La même programmation qu'à Ibiza ! » promettait l'affiche multicolore impeccablement collée sur la porte à judas.

François hésita entre un ricanement et un crachat.

Comment en était-on arrivé là ? Quelle somme de démissions individuelles avait-il fallu ?

- « De toute façon, il n'y a pas de travail dans la région… »

- « Les enfants ne veulent plus venir en vacances ici… »

- « Il n'y a pas assez de loisirs et de divertissements… »

- « Ma copine ne supporte pas la cambrousse… »

- « Une vieille maison, c'est trop de soucis… »

Tout le monde avait sa petite excuse. Lui le premier.

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lunedì, 30 giugno 2008, ore 15:25

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lunedì, 30 giugno 2008, ore 01:22

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lunedì, 30 giugno 2008, ore 01:21

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lunedì, 30 giugno 2008, ore 01:19

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lunedì, 30 giugno 2008, ore 01:11

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domenica, 29 giugno 2008, ore 15:09

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sabato, 28 giugno 2008, ore 21:55

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sabato, 28 giugno 2008, ore 21:53

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venerdì, 27 giugno 2008, ore 17:12

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venerdì, 27 giugno 2008, ore 16:39

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venerdì, 27 giugno 2008, ore 16:25

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venerdì, 27 giugno 2008, ore 16:19

Mot chinook, signifiant "donner", le potlatch est un comportement culturel, souvent sous forme de cérémonie plus ou moins formelle, basée sur le don. Plus précisément, c'est un système de dons/contre-dons dans le cadre d'échanges non marchands. Une personne offre à une autre un objet en fonction de l'importance qu'elle accorde à cet objet (importance évaluée personnellement) ; l'autre personne, en échange, offrira en retour un autre objet lui appartenant dont l'importance sera estimée comme équivalente à celle du premier objet offert.
Originellement, la culture du potlatch était pratiquée autant dans les tribus du monde amérindien (les Amériques) que dans de nombreuses ethnies de l'océan Pacifique, jusqu'aux Indes. C'est pourquoi les premiers colons européens ont pu considérablement spolier les indigènes qui pratiquaient le potlatch, car ils échangeaient de l'or contre de la bimbeloterie ; les Indiens croyant à la valeur « potlatch » de ces échanges pensaient que ces trocs étaient équilibrés.
Dans la culture occidentale actuelle, on utilise aussi la formule "briller ou disparaître", qui reflète une dynamique de type potlatch, dans les contextes et cérémonies suivantes :
 
- Contribution aux repas communautaires, où chacun apporte spontanément un plat ou une boisson pour tous (salade, dessert...), aussi appelé "repas canadien" (au Canada), en référence aux amérindiens d'Amérique du Nord qui pratiquaient cette forme de potlatch.
- Obtention d'une légitimité et d'une position hiérarchique plus importante, en fonction de la qualité et de la quantité des contributions faites dans une dynamique de groupe (par exemple, dans les milieux associatifs, les personnes qui s'engagent le plus comme volontaires auront un accès prioritaire aux ressources collectives, comme le bus ou le matériel informatique de l'association à laquelle ils contribuent).
- Obtention des droits de modération dans une communauté virtuelle, comme c'est le cas de Wikipédia, en fonction des contributions antécédentes.
 
Le potlatch renvoie en philosophie à la notion de dépense pure (cf Georges Bataille et Marcel Mauss). C'est un processus placé sous le signe de la rivalité, il faut dépasser les autres dons.
Le mot a été introduit en anthropologie en 1936 par Robert Harry Lowie.

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venerdì, 27 giugno 2008, ore 16:16

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venerdì, 27 giugno 2008, ore 16:13

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venerdì, 27 giugno 2008, ore 16:12

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venerdì, 27 giugno 2008, ore 16:10


 
Almerigo Grilz est né à Trieste en 1953 et est décédé en mai 1987. Il fut journaliste, correspondant de guerre et homme politique. Jeune, Grilz fut l’un des dirigeants du Front de la Jeunesse (Fronte della Gioventù) et du Mouvement social Italien (Movimento Sociale Italiano-Destra Nazionale). En 1977, alors qu’il était le responsable du Front de la Jeunesse à Trieste, il devint vice-secrétaire national du mouvement alors sous la direction de Gianfranco Fini. Débutant une carrière de journaliste, il collabora à la revue “Dissenso”. Grilz mènera de front ses deux passions, la politique et le journalisme, en particulier le métier de correspondant de guerre. De l’Afghanistan où il couvre la guerre contre les Russes, à l’invasion du Liban par Israël, au conflit entre Drus et Maronites à Beyrouth, en passant par les conflits en Éthiopie ou au Mozambique, Grilz parcourt le monde. En 1984, il part pour l’Asie. Il fait un documentaire sur le conflit qui oppose les guérillas cambodgiennes aux troupes vietnamiennes. Il se rend ensuite en Birmanie pour couvrir le conflit qui opposent les Karens aux troupes de Rangoon. Ses images font le tour du monde achetées par CBS et NBC. Pour la NBC, Grilz se rend ensuite aux Philippines pour couvrir les élections qui mèneront à la chute du dictateur Marcos et à la victoire de Corazon Aquino.

En 1983, il fonde l’agence de presse Albatros, spécialisée dans les mouvements révolutionnaires et les différents conflits. Crée avec des camarades du MSI, l’agence travaillera surtout avec des réseaux anglo-saxons et un peu en Italie malgré ses liens avec le MSI. Pourtant Albatros se fera une réputation et donnera notamment naissance à la prestigieuse revue Panorama.

Le 19 mai 1987, au Mozambique, Grilz, envoyé pour faire un reportage sur la guerre opposant le gouvernement aux militants du mouvement RENAMO, reçoit une balle perdue et trouve la mort. Il y est encore enterré. La mort de Grilz, en particulier à cause de ses affinités politiques, ne trouvera pas beaucoup d’écho dans la presse italienne et européenne. Il lui faudra attendre le milieu des années 90 pour être reconnu comme “journaliste tombé en tant de guerre”. En 2002, un documentaire fut réalisé sur les derniers jours de Grilz. Pourtant bien que Grilz soit le seul journaliste italien à être mort sur un théâtre de guerre depuis 1945, et qui plus est le seul de la région de Trieste, l’association locale des journalistes lui refusa une plaque commémorative. En revanche la ville rebaptisa une rue à son nom.

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venerdì, 27 giugno 2008, ore 15:28

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giovedì, 26 giugno 2008, ore 22:24



ONG : Bonjour, pourriez-vous vous présenter pour ceux qui ne vous connaissent pas ?

PV : J'aurais bientôt 28 ans, dont 14 années passées dans la "mouvance patriotique" au sens large du terme. J'ai grandi dans une cité et je me suis très vite senti étranger sur mon propre sol. Refusant de m'assimiler à la faune banlieusarde, je me suis rapidement tourné vers les bandes de rebelles blancs que l'on pouvait rencontrer dans les années 90. Les blousons kakis avaient alors remplacé les blousons noirs et je trouvais ce que je cherchais alors: le clan, la force, l'affirmation de soi. Au contact de certaines personnes et à travers un vrai parcours personnel aussi, cette réaction épidermique (au sens figuré comme au sens propre) est devenue une véritable conscience politique. Je me suis alors formé à l'école doctrinale et militante de l'activisme nationaliste-révolutionnaire, en particulier dans le cadre estudiantin où j'ai exercé mes premières réelles responsabilités. Parallèlement, j'ai aussi mené ce que j'appelle ma reconquista intérieure en renouant avec mes racines et cela s'est traduit politiquement par le développement d'un fort sentiment autonomiste et régionaliste. En 2002, j'ai participé à la fondation des Jeunesses Identitaires et en suis devenu le premier Porte-parole. J'ai occupé ce poste pendant cinq ans avant de céder ma place pour me consacrer pleinement au combat identitaire en Pays Niçois. Je dirige désormais le mouvement NISSA REBELA et ai mené notre liste aux élections municipales niçoises où nous avons réalisé 3,1%, soit 5 000 voix.
Depuis 1998, je chante aussi dans le groupe Fraction. Ce qui est à la fois un plaisir et un acte militant. A mon sens l'élaboration d'une contre-culture alternative doit être une préoccupation de chaque instant.
Sur le plan professionnel, je suis aujourd'hui commerçant, ce qui ne correspond pas tellement à mon cursus universitaire (droit et science politique) mais m'assure une indépendance précieuse. Mes études auraient du me conduire à travailler dans une mairie ou pour un député, vous comprendrez que c'était difficilement négociable...

ONG : D'où vous vient ce gout pour l'Asie ? Avez-vous concrétisé cela par un voyage ?

PV : C'est un héritage familial en premier lieu. Mon père a été enseignant de karaté et depuis vingt ans il passe quasiment la moitié de l'année en Thaïlande.
C'est à six ans que j'ai enfilé pour la première fois un dogi (et non pas un kimono, les arts martiaux ne se pratiquant pas en pyjama, ce qui serait la traduction la plus proche de kimono...), et depuis l'Asie - en premier lieu à travers les arts martiaux puis à travers la culture - me colle à la peau, et même l'interlude rugbalistique de mon adolescence ne m'en aura pas éloigné.
J'ai visité la Thaïlande il y a quatre ans, autant en "touriste moyen" que pour "mettre les gants", et espère y retourner l'an prochain. C'est un pays exceptionnel à tous égards et quelle que soit la raison pour laquelle on s'y rend on y trouvera ce qu'on est venu chercher.

ONG : Vous soutenez des actions envers des luttes identitaires asiatiques comme les Tibétains, les Karens, comment se concrétise cela ?

PV : En effet, par le passé j'ai prêté la main à plusieurs reprises à des associations de défense du Tibet et ai participé à plusieurs actions de sensibilisation. Pour l'anecdote, je me suis ainsi retrouvé dans ;l'organisation d'un concert du groupe Tryo pour une marche pour le Tibet faisant étape à Nice. Concernant les Karens, j'ai été sensibilisé à leur combat par l'intermédiaire de mon père. Ceci étant c'est peut-être moins étonnant dans mon orbite politique, plusieurs nationalistes français sont allés physiquement apporter leur soutien aux Karens dans les années 80 et 90.
Je dois avouer qu'aujourd'hui je marque une distance avec les bobos récemment convertis à la lutte pour le Tibet libre. Cela fait plus d'un an que je n'ai pas porté mon t-shirt "Free Tibet" de peur d'être confondu avec un pro-tibétain d'une saison, alors que je  l'arborais volontiers auparavant y compris même en concert. Je me suis rendu il y a deux mois à un rassemblement pour le Tibet et n'y ai vu que des tocards singeant le bouddhisme et déguisés en tibétains comme ils se seraient déguisés pour un carnaval. Comme si on avait besoin de se travestir pour soutenir un peuple, d'oublier qui l'on est pour défendre le droit des autres à demeurer eux-mêmes. Finalement on retrouvait là les mêmes guignols qui manifestent contre Bush, contre la guerre en Irak, puis la semaine d'après ou d'avant contre les Serbes ou contre le FN. Ni constance, ni conséquence.
Ainsi, si je reste un ami du Tibet, c'est aujourd'hui purement sur un plan personnel.

ONG : "Le métissage c'est une connerie si c'est un programme politique (...). Le métissage c'est une affaire sentimentale." Que pensez-vous de cette phrase ?

PV : Que décidément Tai Luc a toujours le bon mot ! Mais que l'on ne peut avoir exactement le même jugement quand on est un chanteur et quand on est un responsable politique.
Le métissage dans la sphère totalement privée, c'est-à-dire comme rencontre entre deux personnes, est une chose. On ne va pas dire n'importe quoi : nous sommes un peuple de marins, de colons, d'aventuriers, et le métissage a toujours existé. Mais cela restait une infime marge, plus clairement un comportement marginal !
Aujourd'hui ce à quoi nous sommes confrontés c'est à un phénomène de masse, et comme le relève justement Tai Luc c'est un programme, une idéologie, un modèle de société. Finalement, on souhaiterait presque que le comportement marginal ce soit les unions au sein d'un même peuple. On assiste ici, comme en tant de domaines, à une véritable inversion des normes. Le métissage généralisé c'est la fin de la diversité du monde (ce en quoi les apôtres du métissage sont en fait les pires racistes, voulant gommer toute différence !), c'est le monde gris, la logique globalisante poussée à son apogée. Tout à l'inverse, en tant qu'identitaires nous sommes défenseurs de la diversité et de l'identité, des saveurs et des couleurs. Etre l'ami des peuples aujourd'hui, c'est clairement s'opposer au métissage généralisé.
Il ne m'appartient pas de juger l'union de deux personnes mais simplement de porter un regard lucide sur notre société. Chacun fait avec sa conscience et ses sentiments, mais celui qui aujourd'hui décide de se lancer dans une union inter-ethnique (le fameux "couple mixte" adoré des médias) doit bien avoir à l'esprit qu'il participe - qu'il le veuille ou non - à un phénomène global.
Je précise pour terminer, que je ne pense pas que le métissage soit une chance et cela en tout premier lieu pour les métis. L'idée de double culture me semble être une légende, ou tout au moins une exception, et le métis à un moment ou un autre fait toujours un choix entre les deux héritages. Par exemple je ne trouve pas que Yannick Noah revendique fortement son européanité... A l'inverse, de jeunes métis (asiatiques souvent d'ailleurs) ont plusieurs fois fait le pas vers l'engagement militant "à droite"'.

ONG : Que penses-vous du slogan : 0% Racisme 100% Identité ?

PV : Ce slogan me semble très juste, et justifié pour marquer notre différence avec les comportements débiles et débilitants.
Néanmoins, il ne doit surtout pas devenir un cache-sexe pour masquer une acceptation uniquement culturaliste de l'identité voulant omettre (par confort souvent) le fait ethnique qui est aussi constitutif de l'identité.

ONG : Comme beaucoup d'entre nous, vous êtes fan de la Souris Déglinguée, pourriez-vous nous parler de votre gout pour ce groupe ?

PV : J'ai découvert tardivement La Souris avec une première écoute de l'album "Tambour et Soleil" (qui reste mon favori) et ce fut un coup de cœur immédiat. J'ai ensuite rapidement découvert tout l'univers du groupe et j'ai rarement raté l'occasion d'assister à un concert, jusqu'à il y a encore quelques semaines à Marseille.
LSD parle à tous ceux qui ont vécu l'esprit de bande, les nuits sans fin dans les rues des villes endormies. En fait, LSD c'est ça: le groupe universel de ceux qui ont grandi sur le bitume. Universel, car il transcende beaucoup de clivages ce qui provoque souvent des rencontres très "rock'n'roll" dans les concerts ou à leur sortie. Quand on rajoute à cela la dimension eurasienne, il est aisé de comprendre pourquoi je porte à ce point le groupe dans mon cœur.
Il y a trois ans j'ai eu l'occasion de passer la soirée en studio avec Tai Luc lors d'une émission pour une radio locale et ce fut vraiment une rencontre à la hauteur de mes attentes.

ONG : Le Bushido, L'art de la guerre, les arts martiaux, tout cela doit-il faire parti des connaissances d'un militant ?

PV : Je pense en tous cas qu'ils amènent des connaissances précieuses, et tout d'abord la connaissance de soi.
Il est certain que "L'art de la guerre" doit faire partie de la bibliothèque d'un militant, à placer à côté du "Prince" de Machiavel.
Le Bushido n'est pour moi ni plus ni moins qu'un code de chevalerie, et il est évident que quand nous entendons incarner certaines valeurs nous ne pouvons qu'être proches de cette voie. Un militant identitaire qui ne tenterait pas de faire siennes les sept vertus du Bushido (droiture, courage, bienveillance, politesse, sincérité, honneur, loyauté) - étant entendu que l'Homme n'est jamais parfait mais toujours perfectible - ne serait pas à mon sens un militant complet. La première mouture du site internet des Jeunesses Identitaires proposait d'ailleurs parmi ses textes de formation un article sur le Bushido.
Concernant les arts martiaux, je ne sais pas s'ils doivent faire partie des connaissances d'un militant (tout en étant persuadé qu'ils peuvent s'avérer d'un grand secours, et cela en de multiples circonstances et pas uniquement dans les moments les plus évidents) mais ils font partie de ma vie. Vous faîtes d'ailleurs bien de parler d'arts martiaux et non de sports de combat car malgré quelques incursions dans différentes autres techniques je reste attaché au karaté (de l'école Kyokushinkai de Mas Oyama, un "karaté-contact" dont les compétitions sont au KO). L'esprit traditionnel et la rigueur japonaise me conviennent tout à fait dans ce cadre. J'adore l'atmosphère du dojo et ce moment où, serrant sa ceinture sur son dogi, on laisse tout à l'extérieur pour quelques heures.

ONG : Quels sont vos projets à venir ?

PV : Je continue tout d'abord à travailler à l'enracinement local des identitaires, notamment en préparant les élections régionales. Il y a un projet de nouvel album sur lequel nous commençons à travailler avec Fraction, et notamment une chanson consacrée à la boxe thaï. Et enfin, continuer à développer mon activité commerciale pour assurer mon indépendance financière et ainsi ma liberté politique.
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giovedì, 26 giugno 2008, ore 17:29

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giovedì, 26 giugno 2008, ore 04:54

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mercoledì, 25 giugno 2008, ore 15:28

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mercoledì, 25 giugno 2008, ore 15:23


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mercoledì, 25 giugno 2008, ore 15:21

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mercoledì, 25 giugno 2008, ore 12:56


 
"(...)Je veux parler de la xénophobie. Elle est très développée dans notre pays, où elle s'exerce d'ailleurs aussi bien à l'encontre d'un Noir ou d'un Arabe que d'un Anglais, d'un Allemand, d'un parisien quand on est provincial ou d'un provincial quand on est parisien. N'oublions pas que M. Chauvin était francais. On retrouve là un sentiment réflexe très ancien, qui a pu être d'une certaine utilité dans les temps préhistoriques. Lorsque de très grands dangers menacent l'individu, la méfiance a priori, voire l'hostilité de principe peuvent se révéler salutaires et contribuer à la survie. Le même sentiment a inspiré la sagesse des nations : " Ce que le paysan ne connaît pas, il ne le mange pas ", dit un proverbe frison. Cependant, dans la xénophobie " moderne ", nous avons affaire à tout autre chose. Essentiellement, à un refus d'admettre l'autre comme différent de soi, à un refus de la différence prise comme un " défi " qu'il nous faut accepter comme stimulant. Ce refus peut s'exprimer dans une foule de domaines. La forme économique de la xénophobie s'appelle la lutte des classes. Pour désigner sa forme " raciale ", je suggère le terme d'altéroraciophobie.
 
A cet égard, le racisme antiarabe et le racisme antiallemand sont exactement de même nature : on aurait tort d'y voir des réminiscences du siège de Paris (1870) ou de la bataille de Poitiers (732). Curieusement, cette altéroraciophobie rejoint certain " antiracisme raciophobique ": dans les deux cas, il y a refus de la différence ou volonté de la voir disparaître. Personnellement,la xénophobie m'est odieuse. Il suffit de voir la façon dont un étranger se fait " recevoir " quand il demande son chemin dans la rue, ou lorsqu'il tente d'expliquer dans un magasin ce qu'il désire, pour réaliser à quel point la société francaise est une société fermée. Il faut lutter contre la xénophobie, génératrice de préjugés, de discriminations, de haines, et qui déshonore tous ceux qu'elle atteint."
 
Alain de Benoist

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